Consulenza Valutazione dei Rischi

26/05/2017

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Secondo quanto stabilito dal Decreto Legislativo 81/2008 (Testo unico sulla sicurezza sul lavoro), la valutazione dei rischi rientra fra gli obblighi di un’azienda e deve pertanto essere espletata secondo modalità ben precise. L’obiettivo è individuare i rischi e i pericoli che gravano sui lavoratori e adottare misure di protezione e prevenzione adeguate. Serform opera in Parma e provincia  fornendo un servizio di valutazione dei rischi completo e rigoroso.

Caratteristiche della Valutazione dei Rischi :

Sono soggette a Valutazione dei Rischi tutte le imprese composte da due o più soci, oppure con lavoratori dipendenti con qualsiasi tipologia di contratto appartenenti a tutti i settori di attività, privati e pubblici, e a tutte le tipologie di rischio. Il Documento Valutazione Rischi deve essere redatto entro tre mesi dall’avvio dell’attività, e immediatamente aggiornato in occasione di significative modifiche della tecnica del processo produttivo (ad es. acquisto nuovi macchinari), della organizzazione del lavoro, a seguito di infortuni importanti o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità. Le aziende che sono in attività oltre tale periodo e non hanno ancora redatto il DVR, sono passibili di sanzioni, in caso di controllo da parte delle ASL.

La valutazione del rischio è lo strumento fondamentale che permette al datore di lavoro di individuare le misure di prevenzione e protezione e di pianificarne l’attuazione, il miglioramento ed il controllo al fine di verificarne l’efficacia e l’efficienza. In tale contesto si potrà confermare le misure di sicurezza già in atto o apportare delle modifiche al fine di migliorarle in relazione alle innovazioni di carattere tecnico e/o organizzativo introdotte in materia di sicurezza.

La valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza assume un'importanza fondamentale tra le misure generali di tutela costituendo il presupposto dell’intero sistema di prevenzione.

Il datore di lavoro deve valutare, nella scelta delle attrezzature di lavoro, delle sostanze e dei preparati chimici impiegati, nonché nella sistemazione dei luoghi di lavoro, i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti i gruppi dei lavoratori esposti a rischi particolari. La valutazione del rischio deve dunque riguardare tutti i rischi, secondo le modifiche introdotte dalla Comunità europea e deve, di conseguenza, tradursi in un documento contenente :

  1. una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro, nella quale sono specificati i criteri adottati per la valutazione stessa;
  2. l’individuazione delle misure di protezione e prevenzione e dei dispositivi di protezione individuale;
  3. il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Attraverso la valutazione del rischio si possono delineare gli interventi necessari per eliminare o/e ridurre al minimo il possibile potenziale di danno (prevenzione attiva e passiva e protezione dei lavoratori). Seguendo le linee di lavoro suggerite dal D.Lgs. 81/2008 sono possibili le seguenti azioni:

  • eliminazione del pericolo;
  • modificazione delle circostanze e delle cause che determinano le situazioni di pericolo che non possono essere eliminate al fine di poterle controllare e poter prevenire il potenziale di rischio;
  • eliminazione del danno e/o sua riduzione a bassi valori di gravità.

Come detto in precedenza, il DVR deve essere redatto dal Datore di Lavoro, che può farsi supportare da un tecnico qualificato. Durante il sopralluogo presso la sede dell’attività lavorativa, il tecnico si occuperà di raccogliere i seguenti dati:

  • dati generali dell’azienda
  • descrizione degli ambienti di lavoro e del ciclo produttivo
  • descrizione dei posti di lavoro e delle mansioni dei dipendenti, con indicazione delle sostanze impiegate, attrezzature, impianti e specifiche misure tecniche di prevenzione adottate per ciascuno
  • criteri seguiti nella valutazione: pericoli e rischi correlati, persone esposte al rischio (dipendenti, lavoratori di imprese di manutenzione o pulizia, visitatori, ecc…), riferimenti normativi adottati, norme di buona tecnica, linee guida
  • misure di prevenzione e protezione: interventi necessari, interventi programmati per conseguire una ulteriore diminuzione dei rischi remoti
  • programma di informazione e formazione dei lavoratori, istruzioni e procedure di sicurezza adottate, procedure di emergenza e pronto soccorso, dispositivi di protezione individuale e collettivi messi a disposizione dei lavoratori
  • programma per l’attuazione ed il controllo dell’efficienza delle misure di sicurezza adottate, piano per la revisione periodica ed occasionale della valutazione dei rischi, programma per l’informazione e la formazione dei dipendenti
  • documentazione utile da allegare: certificazioni relative agli impianti, valutazione del rumore, schede di sicurezza dei prodotti, indagini ambientali, ecc…
  • metodo di coinvolgimento delle componenti aziendali nel processo di sicurezza (responsabile S.P.P., rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, medico competente, lavoratori)
  • data o periodo di effettuazione della valutazione, firma del datore di lavoro e dei soggetti attivamente coinvolti nella valutazione (medico competente, SPP, RLS) ed eventualmente professionalità/risorse esterne a cui si è fatto ricorso.

Dall’incendio ai rumori: i rischi oggetto di valutazione

Sono moltissimi i possibili rischi oggetto di valutazione. dal pericolo di incendio a quello di esplosioni, dai rumori interni ed esterni allo stress luminoso, dall’esposizione ad agenti chimici e mutageni alla contaminazione dell’acqua, del suolo e dell’aria. conoscere e prevenire questi e altri rischi è un obbligo di legge oltre che un dovere nei confronti di se stessi, dei lavoratori, della collettività e dell’ambiente. Attraverso un’accurata procedura di analisi e monitoraggio sul posto, conosciuta come “valutazione dei rischi”, vengono individuate e stimate numerose variabili, allo scopo di elaborare una relazione con i criteri adottati, le misure di prevenzione e protezione e via dicendo. Il documento verrà quindi sottoscritto dal datore di lavoro e, se differente da quest’ultimo, dall’rspp esterno o interno all’azienda, fornendo le linee guide per i successivi interventi e per eventuali attività di formazione del personale.

Lo studio del Geom. Luciano Mecca , attraverso collaboratori iscritti presso i propi ordini  di appartenza e’ in grado di offrire alla propria clientela : Consulenza e valutazione dei rischi elencati qui sotto.

In questa sezione vengono visualizzate l’elenco delle valutazioni dei rischi  , clicca  su ogni valutazione che interessa per visualizzare la spiegazione relativo ad ogni valutazione.

Elenco valutazione dei rischi :

L’ Aggiornamento Documento Valutazione Rischi (DVR) è necessario ogni qualvolta vengono introdotti dei cambiamenti nel procedimento lavorativo.

Di fatto, il legislatore non ha definito una specifica periodicità temporale per l’Aggiornamento Documento Valutazione Rischi, bensì il DVR dovrà essere aggiornato al verificarsi di uno dei seguenti casi, entro 30 giorni:

  • modifiche del processo produttivo;
  • modifiche all’organizzazione del lavoro, significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori,
  • infortuni gravi;
  • quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità;
  • nuove nomine all’interno dell’organigramma della sicurezza;
  • aggiornamenti normativi che ne richiedono la revisione;
  • cambio sede o apertura di una sede distaccata.

In tutti i casi sopra elencati il Datore di Lavoro, di concerto con l’RSPP e il Medico Competente, dovrà effettuare l’Aggiornamento Documento Valutazione Rischi redatto in fase di avviamento dell’impresa, apportando le dovute modifiche.

È quindi di fondamentale importanza ricordare che il Documento di Valutazione dei Rischi non è un documento statico, che una volta elaborato può essere dimenticato ed archiviato come pratica assolta, bensì un documento che costituisce parte integrante dell’azienda, seguendone l’evoluzione ed i cambiamenti strutturali, organizzativi e tecnici, con l’obiettivo di monitorare periodicamente e tempestivamente l’insorgenza (o la scomparsa) di eventuali rischi per i lavoratori, nonché le relative misure preventive e protettive.

In ultimo, nonostante il termine dei 30 giorni per aggiornare il Documento Valutazione Rischi, l’azienda dovrà dare immediata evidenza documentale dell’aggiornamento delle misure di prevenzione, comunicando tali dati al RLS.

A causa della presenza di queste scadenze inderogabili il DVR deve essere sempre contrassegnato da data certa, ovvero la data in cui il documento è stato redatto o modificato deve essere certificata, solitamente tramite apposizione di una Marca Temporale al file del documento.

rischio-rumoreLa valutazione rischio rumore o fonometria, è la rilevazione dei rumori all’interno degli ambienti di lavoro, per accertarsi che l’esposizione al rumore da parte dei lavoratori resti entro i limiti di sicurezza definiti dalla normativa.

L’art. 190 del D.Lgs. 81/2008 impone al datore di lavoro l’obbligo di effettuare una valutazione del rumore all’interno della propria azienda, al fine di individuare i lavoratori esposti al rischio rumore ed attuare gli appropriati interventi di prevenzione e protezione della salute.

La valutazione rischio rumore è richiesta in tutte le aziende, indipendentemente dal settore produttivo, nelle quali siano presenti lavoratori subordinati o equiparati ad essi. La valutazione deve essere effettuata da un tecnico qualificato. Nei casi in cui non si possa fondatamente escludere che siano superati i valori inferiori di azione (LEX>80 dB(A) o Lpicco,C > 135 dB(C)) la valutazione deve prevedere misurazioni effettuate con strumentazione adeguata (fonometro), secondo le appropriate norme tecniche (UNI EN ISO 9612:2011 e UNI 9432:2011).

La valutazione rischio rumore deve confluire nel più generale Documento di Valutazione dei Rischi. La valutazione dell’esposizione a rumore, come indicato nel Testo Unico, deve essere aggiornata ogni 4 anni.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di effettuare la valutazione rischio rumore, tenendo conto di:

  • il livello, il tipo e la durata dell’esposizione, ivi inclusa ogni esposizione a rumore impulsivo
  • i valori limite di esposizione e i valori di azione
  • tutti gli effetti sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori particolarmente sensibili al rumore
  • per quanto possibile a livello tecnico, tutti gli effetti sulla salute e sicurezza dei lavoratori derivanti da interazioni fra rumore e sostanze ototossiche connesse con l’attività svolta e fra rumore e vibrazioni
  • tutti gli effetti indiretti sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori risultanti da interazioni fra rumore e segnali di avvertimento o altri suoni che vanno osservati al fine di ridurre il rischio di infortuni
  • le informazioni sull’emissione di rumore fornite dai costruttori dell’attrezzatura di lavoro in conformità alle vigenti disposizioni in materia
  • l’esistenza di attrezzature di lavoro alternative progettate per ridurre l’emissione di rumore
  • il prolungamento del periodo di esposizione al rumore oltre l’orario di lavoro normale
  • le informazioni raccolte dalla sorveglianza sanitaria, comprese quelle reperibili nella letteratura scientifica
  • la disponibilità di dispositivi di protezione dell’udito

La Valutazione Rischio Vibrazioni, è una valutazione dei livelli di vibrazioni a cui sono esposti i lavoratori di un’impresa.

L’art. 202 del D.Lgs. 81/2008, impone al Datore di Lavoro di effettuare una valutazione e/o misurazione dei livelli di vibrazioni a cui sono esposti i lavoratori, per determinare se costituiscono un potenziale rischio per la salute, ed attuare di conseguenza gli appropriati interventi di prevenzione e protezione.

L’esposizione umana a vibrazioni si differenzia in:

  1. Esposizione del Sistema Mano-Braccio, HAV (Hand/arm vibration)
  2. Esposizione del corpo intero, WBV (Whole Body Vibration)

Vibrazioni Mano-Braccio

Per vibrazioni trasmesse al sistema mano-braccio si intendono “le vibrazioni meccaniche che se trasmesse al sistema mano-braccio nell’uomo, comportano un rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori, in particolare disturbi vascolari, osteoarticolari, neurologici o muscolari” (art. 2 comma 1, punto a). L’esposizione a vibrazioni al sistema mano-braccio è generalmente causata dal contatto delle mani con l’impugnatura di utensili manuali o di macchinari condotti a mano.

Vibrazioni al Corpo Intero

Per vibrazioni trasmesse al corpo intero si intendono “le vibrazioni meccaniche che, se trasmesse al corpo intero, comportano rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, in particolare lombalgie e traumi del machide” (art. 2 comma 1, punto b). È noto che diverse attività lavorative svolte a bordo di mezzi di trasporto o di movimentazione espongono il corpo a vibrazioni o impatti, che possono risultare nocivi per i soggetti esposti.

Valutazione Rischio Vibrazioni

La valutazione rischio vibrazioni richiede l’individuazione di tutte le sorgenti di vibrazioni meccaniche e la determinazione dei livelli di esposizione a vibrazioni dei lavoratori. L’articolo 202 del D.Lgs. 81/08 prevede che la valutazione dei rischi vibrazioni possa essere effettuata sia senza misurazioni, sulla base di appropriate informazioni reperibili dal costruttore e/o da banche dati accreditate (ISPESL), sia con misurazioni, in accordo con le metodiche di misura prescritte da specifici standard ISO-EN.

La valutazione rischio vibrazioni deve confluire nel più generale Documento di Valutazione dei Rischi. La valutazione dell’esposizione a vibrazioni, come indicato nel Testo Unico, va aggiornata ogni 4 anni.

La Valutazione Rischio Incendio costituisce parte integrante del documento di valutazione dei rischi, di cui agli artt. 17 e 28 del D.Lgs. 81 del 9 aprile 2008 e s.m.i.

La Valutazione Rischio Incendio permette di classificare l’Azienda in base al rischio d’incendio e di verificare l’adeguatezza dei luoghi di lavoro alla normativa. Inoltre, da tale classificazione deriveranno anche gli specifici obblighi del datore di lavoro, per quanto concerne le modalità di addestramento antincendio della propria squadra di emergenza.

A conclusione del processo di valutazione del rischio incendio, deve essere redatto il piano di emergenza (all. VII D.M. 10/03/1998), che riporta le misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio.

La valutazione rischio incendio è fondamentale per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, perché determina il livello di esposizione al rischio, ovvero, esprime la probabilità che un incendio possa divampare e le probabili conseguenze. Grazie a questa valutazione iniziale è possibile individuare le misure di sicurezza da adottare per diminuire le probabilità d’innesco e propagazione di un incendio.

Inoltre, il processo di valutazione del rischio incendio consente al datore di lavoro di salvaguardare la sicurezza dei lavoratori e delle altre persone presenti negli ambienti di lavoro attraverso:

  • la prevenzione del rischio di incendio;
  • l’informazione dei lavoratori e delle persone presenti;
  • la formazione dei lavoratori;
  • le misure tecnico-organizzative destinate a porre in essere i provvedimenti necessari.
piano-emergenzeIl Piano di Emergenza ed Evacuazione ha l’obiettivo di affrontare in anticipo le situazioni di rischio e consentire ai dipendenti di abbandonare con tempestività il posto di lavoro o la zona pericolosa.

L’obbligo di redazione, come indicato dal D. Lgs. 81/08, art. 43 e DM 10/03/98, art. 5, è previsto per tutte le attività produttive (fabbriche, uffici, impianti, pubblica amministrazione, ecc.) ove sono occupati 10 o più dipendenti, ed in quelle ove si esercitano attività soggette al controllo dei Vigili del Fuoco ai sensi del DPR 151/2011.

Il Piano di Emergenza ed Evacuazione viene redatto dal datore di lavoro, in collaborazione con il RSPP e gli addetti alle emergenze, tenendo conto della struttura, del tipo di attività, dei turni di lavoro, dell’eventuale presenza di persone esterne e della composizione della squadra di emergenza.

Contenuti del Piano di Emergenza ed Evacuazione

Il Piano Emergenza deve contenere le procedure, identificate in base alla valutazione preliminare dei rischi, da applicare ai vari tipi di emergenze ipotizzabili nella struttura, oltre che precisare i compiti del responsabile della sicurezza e di tutti gli addetti con incarichi specifici.

Il Piano di Emergenza è quindi uno strumento operativo, mediante il quale vengono studiate e pianificate le operazioni da compiere per una corretta gestione degli incidenti, siano essi incendi, infortuni, fughe di gas, fuoriuscite di sostanze pericolose o qualsiasi altro evento calamitoso che determina la necessità di abbandonare la struttura (es. terremoti, inondazioni ecc..), al fine di consentire un esodo ordinato e sicuro a tutti gli occupanti di un edificio. Obbiettivi del Piano Emergenza

Il piano di Emergenza si prefigge i seguenti obbiettivi:

  • prevenire o limitare pericoli alle persone;
  • coordinare gli interventi del personale a tutti i livelli, in modo che siano ben definiti tutti i comportamenti e le azioni che ogni persona presente nell’Azienda deve mettere in atto per salvaguardare la propria incolumità e, se possibile, per limitare i danni ai beni e alla struttura dell’edificio;
  • intervenire, dove necessario, con un pronto soccorso sanitario;
  • individuare tutte le emergenze che possano coinvolgere l’attività, la vita e la funzionalità dell’impianto;
  • definire esattamente i compiti da assegnare al personale che opera all’interno dell’Azienda, durante la fase emergenza.

Nella formulazione del Piano si provvede, tra l’altro, a predisporre le planimetrie di evacuazione con indicazione delle vie d’uscita, scale, ascensori, aree sicure, ubicazione apprestamenti e mezzi antincendio, oltre che l’indicazione di un’area esterna come punto di ritrovo in caso di evacuazione.

La Prova di Evacuazione, ha l’obiettivo di simulare una situazione di emergenza, durante la quale verrà effettuata l’evacuazione dell’edificio percorrendo le vie di fuga. Lo scopo, è la familiarizzazione con un’eventuale situazione di emergenza.

Tutte le realtà lavorative, ai sensi del DM 10/03/98, sono obbligate a predisporre un idoneo sistema di gestione emergenze. L’art. 5 del medesimo decreto, indica che in seguito alla valutazione dei rischi d’incendio, il datore di lavoro deve adottare le necessarie misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio, riportandole in un piano di emergenza elaborato in conformità ai criteri di cui all’allegato VIII del DM 10/03/98.

Occorre pertanto ricordare che:

  • la prova di evacuazione è obbligatoria per legge e deve essere svolta almeno una volta all’anno, in tutti i luoghi di lavoro ove sono occupati 10 o più lavoratori;
  • è una misura di sicurezza, che aiuta a ridurre danni alle persone, in caso di un incendio;
  • nel caso si verifichi un incendio in azienda e si verifichino danni alle persone, la mancanza del rispetto dell’esercitazione potrà essere considerata un aggravante delle responsabilità dell’azienda

Fasi della Prova di Evacuazione

La prova evacuazione, in linea di massima, si svolge secondo le seguenti fasi:

  1. avviso di evacuazione con l’apposita sirena con suono prolungato
  2. il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, con l’ausilio della Squadra di Emergenza, controlla l’evacuazione di tutte le persone da lui coordinate, prendendosi cura dei lavoratori esposti a rischi particolari; al termine, si reca al luogo di ritrovo sicuro
  3. laddove la prova si articoli sullo spegnimento di incendi controllabili, dovranno intervenire con gli estintori gli Addetti Antincendio
  4. gli Addetti al Primo soccorso dovranno intervenire qualora ce ne fosse la necessità
  5. i lavoratori si recano presso il luogo di ritrovo sicuro, seguendo le istruzioni definite per la prova generale di evacuazione; durante l’evacuazione è importante mantenere la calma, evitando di intralciare i soccorsi o di creare allarmismi e confusioni
  6. gli Addetti alle Emergenze, cureranno la correttezza delle procedure durante le varie fasi della simulazione
  7. fine dell’emergenza; la squadra di intervento dichiara la fine dell’emergenza solo dopo che i Servizi interessati hanno, con opportune verifiche, riportato gli impianti alle normali condizioni di funzionamento
  8. in ultimo, dovrà essere redatto uno specifico verbale che dovrà sancire l’avvenuta effettuazione della prova simulata.

La Valutazione Rischio Chimico, consiste nell’identificazione di tutti gli agenti chimici utilizzati all’interno di un’attività, con successiva valutazione dell’eventuale rischio che possono comportare per la Salute e Sicurezza dei lavoratori.

La Valutazione Rischio Chimico è prevista dal D.Lgs. 81/08, come indicato all’art. 223, ed è obbligatoria per il Datore di Lavoro di un’impresa con presenza ed utilizzo di sostanze e prodotti chimici; la valutazione andrà ad integrare il Documento di Valutazione dei Rischi aziendale.

Il datore di lavoro deve quindi procedere all’identificazione di tutti gli agenti chimici utilizzati e valutare se possono comportare un rischio per la salute e sicurezza dei lavoratori.

Contenuti della Valutazione Rischio Chimico

Un primo strumento per l’immediata valutazione dell’eventuale pericolosità di un prodotto chimico è costituito dall’etichettatura, così come ridefinita dal regolamento europeo (REACH e CLP) in vigore dal 1 giugno 2015, che definisce 9 diversi pittogrammi di rischio, ognuno dei quali illustra una tipologia di pericolo associata alle proprietà intrinseche della sostanza.

La valutazione rischio chimico si suddivide in “valutazione di base” e “valutazione approfondita”.

La “valutazione di base” consiste in:

  • studio mirato del ciclo di lavoro ed identificazione degli agenti chimici pericolosi, anche con l’analisi delle schede di sicurezza dei prodotti, delle etichette presenti sui contenitori
  • valutazione degli agenti da considerare, quantità e condizioni d’uso
  • valutazione delle operazioni con rischio di esposizione: frequenza, durata, tipo di esposizione (inalatoria, cutanea)
  • stima quali-quantitativa dell’entità di esposizione
  • documento sui criteri di valutazione adottati

Se dall’analisi valutativa il rischio risulta essere basso per la sicurezza ed irrilevante per la salute, il datore di lavoro può terminare il processo di valutazione senza ulteriori approfondimenti, fermo restando l’obbligo di adottare opportuni provvedimenti di prevenzione e protezione.

In caso contrario si deve procedere ad una “valutazione approfondita” che consiste in:

  • individuazione, programmazione ed attuazione di misure specifiche di prevenzione
  • eventuale misura quantitativa dell’esposizione (presenza di inquinanti chimici aerodispersi), effettuata dopo gli interventi di prevenzione
  • valutazione del rischio residuo e conseguenti decisioni in merito all’adozione di DPI, alla sorveglianza sanitaria ed alle azioni da compiere rispetto alle possibili emergenze
  • documento sui criteri di valutazione adottati

La Valutazione Stress Lavoro Correlato si occupa di identificare i rischi di tipo psicosociale (ad esempio, mobbing e burnout), oltre che quelli riconducibili all’organizzazione del lavoro, a cui sono sottoposti i lavoratori, sia nei contesti lavorativi pubblici che in quelli privati.

La Valutazione Stress Lavoro Correlato è parte integrante del Documento Valutazione Rischi, ed è obbligatoria per tutte le imprese con almeno 1 lavoratore. Infatti, il D.Lgs 81/2008 Testo Unico in materia di Salute e Sicurezza negli ambienti di Lavoro, impone che il datore di lavoro effettui la valutazione dello stress correlato al lavoro, secondo quanto previsto dall’Accordo Quadro Europeo del 08/10/2004.

Per effettuare la valutazione stress lavoro correlato, il Datore di Lavoro dovrà coinvolgere il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico Competente, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, ed i lavoratori, oltre che il proprio consulente di Sicurezza sul Lavoro.

Tramite sondaggi e l’utilizzo di check list per il rilevamento di indicatori oggettivi di rischio, sarà possibile adeguare il Documento di Valutazione dei Rischi, secondo quanto previsto dalla normativa di riferimento.

Le problematiche legate allo stress lavoro correlato dovranno essere continuamente monitorate dall’azienda e supportate da attività di prevenzione, tra cui, la principale, é la formazione dei collaboratori su questa tipologia di rischio, tramite opportuni corsi sul rischio stress lavoro-correlato.

Il DPR 22-10-2001 n.482, “Regolamento di semplificazione del procedimento per la denuncia di installazioni e dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche, di dispositivi di messa a terra di impianti elettrici e di impianti elettrici pericolosi, stabilisce l’obbligo per le aziende di provvedere alla verifica degli impianti di messa a terra ogni 5 anni, mentre per gli impianti presenti in cantieri edili, locali adibiti a uso medico e ambienti a maggiore rischio incendi l’obbligo è ogni 2 anni.

Tabella Aggiornamento periodicità Verifiche impianti di Messa a Terra

Attività Verifica Impianto Terre

Tipologia di controllo Impianto Messa a Terra

Periodicità Obbligatoria

Verifica messa a Terra

Locali ad uso Medico Impianti Elettrici di Messa a TerraDispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche Ogni 2 Anni
Luoghi Ma.R.ci Maggior Richio Incendio Impianti Elettrici di Messa a TerraDispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche Ogni 2 Anni
Tutti gli altri luoghi Impianti Elettrici di Messa a TerraDispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche Ogni 5 Anni

La verifica periodica riguarda anche:

  • gli impianti di messa a terra che hanno subito modifiche sostanziali
  • gli impianti di messa a terra che hanno avuto verifiche con esito negativo

La mancata verifica degli impianti di messa a terra comporta una sanzione amministrativa che va da 750 a 2.500 euro. Se, invece, gli impianti non vengono sottoposti a regolare manutenzione il datore di lavoro incorre nell’arresto da tre a sei mesi o in un’ammenda tra i 2.000 e i 10.000 euro.

Tra i numerosi rischi che ogni azienda deve considerare al momento della stesura del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) deve essere sempre preso in esame il rischio elettrico, che non riguarda solo gli addetti ai lavori come elettricisti o tecnici che lavorano a stretto contatto con l’elettricità e l’alta tensione, ma anche tutti i lavoratori che ogni giorno sono esposti a rischi provenienti dall’uso poco sicuro dell’energia elettrica nell’ambiente di lavoro.

Il primo aspetto da considerare nella valutazione del rischio elettrico è l’idoneità dell’impianto elettrico alla normativa sulla sicurezza, quindi:

  • impianti elettrici privi di impianto di messa a terra;
  • presenza di prese elettrice scoperte o non a norma di sicurezza;
  • presenza di cavi elettrici scoperti, privi della protezione a norma di legge.

Dunque il rischio elettrico riguarda tutti i settori di lavoro e per ogni ambito lavorativo il datore di lavoro ha delle responsabilità diverse in base alla classe di rischio a cui appartiene l’azienda. Così, ad esempio, se per alcune aziende sarà sufficiente allinearsi con la normativa degli impianti elettrici e la segnaletica, per altre aziende i datori di lavoro devono mettere a disposizione dei lavoratori tutti gli strumenti necessari a proteggere la salute e sicurezza. I DPI (dispositivi di protezione individuale) che generalmente vengono predisposti per limitare il rischio elettrico sono:

  • visiere per proteggere gli occhi;
  • calzature e guanti isolanti;
  • abbigliamento protettivo arco elettrico;
  • elmetto

Il datore di lavoro, dunque, ha il compito di considerare con molta attenzione nella valutazione dei rischi anche il rischio elettrico. Così al momento della stesura DVR potrà inserire una relazione dettagliata senza incorrere in possibile multe.

Con il termine quadro elettrico si intende l’elemento di un impianto elettrico dove si trovano gli interruttori, i quali hanno il compito di proteggere gli operatori e di sezionare l’energia. In un’impresa ci possono essere numerosi quadri elettrici, progettati per permettere il collegamento delle attrezzature di lavoro alla rete centrale, così da poterle usare in sicurezza. Oltre a questo, il quadro elettrico ha la mansione di scollegare, in caso di incidente o di sovraccarico, l’erogazione della corrette ai dispositivi ad esso collegati così da evitare il propagarsi dell’emergenza elettrica. Possiamo trovare quadri di tipo domestico o di tipo industriale che, pur conservando le medesime funzionalità, sono progettati e costruiti in maniera da poter svolgere il compito a loro affidato.

Le tipologie di quadro elettrico che possiamo elencare sono:

  • Interno o da esterno ( nel primo caso il livello di PI è basso mentre nel secondo deve essere molto alto)
  • Da parete, da incasso o da pavimento
  • Cabina elettrica, tipico alloggiamento per quadro elettrico industriale che lavoro con alte intensità di energia.

In accordo con la legislatura in materia di sicurezza, così come esposto nel Capo III art. 17 del D.lgs. 81/08, l’obbligo, di mettere in campo misure idonee alla sicurezza degli impianti elettrici, ricade sul datore di lavoro, il quale deve verificare che ogni impianto sia costruito, installato e conservato in maniera ottimale per salvaguardare i livelli di sicurezza. In particolare, l’allegato IX del D.lgs. 81 stabilisce l’obbligo che ogni impianto elettrico, così anche i quadri elettrici, siano realizzati a regola d’arte e che siano in conformità con i seguenti standard internazionali:

  • CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano),
  • IEC (Commissione Internazionale Elettrotecnica),
  • ISO (Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione),
  • UNI (Ente Nazionale di Unificazione),
  • CEN (Comitato Europeo di normalizzazione),
  • CENELEC (Comitato Europeo per la standardizzazione Elettronica).

In base a quanto espresso dal DPR 462/01, il datore di lavoro ha altresì l’obbligo di far eseguire una verifica ispettiva, ogni 2 o 5 anni, di tutti gli impianti elettrici da parte di un organismo accreditato dal Ministero delle attività produttive e non da privati e liberi professionisti. Per quanto riguarda la manutenzione ordinaria, invece, il D.M.37/08 ammette che sia eseguita da tecnici abilitati alla professione ed in particolare alla verifica della sicurezza degli impianti elettrici. L’elenco delle verifiche necessarie prevede:

  • l’esame a vista dell’impianto, al fine di stabilirne il deterioramento,
  • verifica della resistenza di isolamento dei circuiti presenti,
  • verifica del buono stato dei conduttori di protezione,
  • verifica approfondita delle condizioni dei supporti di protezione ed isolamento che impediscono il contatto accidentale dei circuiti con il corpo umano.

Tutti i risultati di queste verifiche vanno inseriti in un apposito registro delle verifiche, adeguatamente compilato ed aggiornato, firmato e timbrato dal tecnico esecutore. Va inoltre aggiunto che la verifica dell’impianto elettrico e la sua relativa messa a norma sono un prerequisito fondamentale nella compilazione del Documento Valutazione Rischi per la parte che concerne la valutazione del rischio elettrico.

rischio-cemIl Processo di Individuazione e Valutazione

Stimolazione dei tessuti muscolari e nervosi con possibili danni all’organismo in caso di eccesiva densità della corrente elettrica indotta nel corpo umano. E’ l’effetto nocivo per la salute causato dall’esposizione ai campi elettromagnetici, un rischio di natura igienico – ambientale che il decreto legislativo 81/2008, noto anche come Testo unico sulla sicurezza, classifica nella categoria dei rischi da agenti fisici.

I campi elettromagnetici possono essere caratterizzati da emissione di radiazioni ionizzanti: si tratta dei raggi ultravioletti, radiofrequenze, luce visibile e raggi infrarossi. Quelle definite non ionizzanti e non ottici hanno una minore frequenza, inferiore a 300 GHz.

Esistono anche i campi elettromagnetici a frequenze molto basse, l’Extremely Low Frequencies (ELF), generati da linee elettriche e dispositivi alimentati da rete e potenzialmente cancerogeni secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) , e i campi elettromagnetici a radiofrequenze e microonde (RF/MO), prodotti da telefoni cellulari e antenne radiotelevisive.

La valutazione di questa tipologia di rischio deve prevedere da parte del datore di lavoro l’individuazione delle cause, delle sorgenti del pericolo, dei metodi per la misurazione delle onde emesse e delle misure da adottare per diminuire gli effetti nocivi per la salute come la scelta dei macchinari più idonei, l’uso di dispositivi di sicurezza, la riduzione della durata di esposizione per i soggetti più coinvolti.

A questo proposito ricordiamo che le categorie professionali più a rischio risultano: ferrovieri, saldatori, smerigliatori, operatori in industrie tessili o del legno, addetti allo stampaggio, personale sanitario, impiegati nel settore delle telecomunicazioni, dipendenti di negozi o supermercati esposti a varchi magnetici o sistemi elettronici di antitaccheggio.

Definizioni, chiarimenti e normativa sui lavori in quota

I lavori in quota possono esporre i lavoratori a rischi gravi. Un articolo si sofferma sui rischi, sulle protezioni, sulle definizioni di queste attività. Un approfondimento sui chiarimenti del Ministero del lavoro.

Segnaliamo la presenza sul primo numero del 2011 della rivista “ Progetto Sicurezza”, che si occupa delle tecniche della prevenzione e protezione per amministratori e tecnici dei settori pubblico e privato, di un articolo dal titolo “Lavori in quota: definizione e chiarimenti”, scritto da Eleonora Viganò (Responsabile Affari Legali Gruppo Arcotecnica-WT).

Lo pubblichiamo integralmente con il consenso della casa editrice Maggioli.

Lavori in quota: definizione e chiarimenti

I lavori in quota possono esporre i lavoratori a rischi particolarmente gravi per la loro salute e sicurezza. In particolare, mi riferisco ai rischi di caduta dall’alto, che rappresentano una percentuale altissima di infortuni, soprattutto mortali, sui luoghi di lavoro.

A normare le condizioni minime di sicurezza in cui i cosiddetti lavori in quota devono svolgersi, è intervenuto il capo II, titolo IV del testo unico 81/2008.

A seguito però della presentazione, presso il Ministero del lavoro, di numerose richieste di spiegazioni e chiarimenti circa le norme in questione, il Ministero stesso ha emanato, in data 27 agosto 2010, un’importantissima circolare che, sotto forma di domanda-risposta, circoscrive finalmente in modo chiaro il reale ambito di applicabilità della normativa in questione.

Dopo aver quindi brevemente illustrato la vigente disciplina della sicurezza dei lavori in quota e i principali pericoli cui i lavoratori operanti in quota sono sottoposti, così come emerge da una vastissima casistica giurisprudenziale in materia, ecco di seguito l’illustrazione delle principali tematiche affrontate dal Ministero nell’ultima circolare in materia.

Caratteristiche del lavoro in quota e sua pericolosità. Definizione.

Il testo unico 81/2008, agli articoli 105 e seguenti, ci offre un’importante definizione di lavori in quota, stabilendo che si intende per lavoro in quota “un’attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto a un piano stabile”.

Questo rischio, che raggiunge il suo massimo nei cantieri temporanei e mobili, dove le lavorazioni in altezza vengono svolte quotidianamente, interessa tutte le attività lavorative che espongono i lavoratori a rischi di caduta da un’altezza superiore a 2 metri, in particolare i manutentori di fabbricati e/o di impianti.

È fondamentale che gli addetti, in relazione alle protezioni adottate dal datore di lavoro, operino nel rispetto delle indicazioni da questi fornite e nel rispetto delle indicazioni fornite dal costruttore nel caso vengano utilizzati dei dispositivi di protezione individuale.

Si ricorda che l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale contro le cadute dall’alto è subordinato all’avvenuto addestramento dell’operatore.

Le protezioni utilizzate

Al fine di garantire la massima protezione dei lavoratori, la legge disciplina ed elenca i principali tipi di protezioni che il datore di lavoro deve fornire al lavoratore.

Esse si dividono in:

Collettive: quali il ponteggio metallico fisso, i parapetti, le reti di sicurezza;

Personali: quali i dispositivi individuali di protezione individuale ( DPI) come elmetti di protezione, dispositivi anticaduta, dispositivi di ancoraggio, imbracatura per il corpo;

Temporanee: quali il ponteggio metallico fisso, i parapetti mobili;

Fisse: quali i parapetti e sistemi fissi di ancoraggio.

Sarà naturalmente compito ed onere del datore di lavoro scegliere le misure di volta in volta più idonee per garantire l’incolumità al dipendente, a seconda del tipo di lavorazione e del grado della pericolosità della stessa.

È importante sottolineare che la giurisprudenza è ferma nel ritenere che il compito del datore di lavoro non può esaurirsi nel fornire ai lavoratori le misure e gli addestramenti necessari a garantire loro l’incolumità; ma, in quanto esso stesso è titolare di uno specifico obbligo di garanzia nei confronti dei dipendenti stessi, permane su di esso un obbligo residuale di controllo tale per cui egli dovrà assicurarsi che, effettivamente, ogni singolo lavoratore si avvalga in modo costante e corretto delle misure stesse.

I principali pericoli

Numerosi sono i pericoli cui il lavoratore può incorrere nelle lavorazioni in quota. I principali incidenti così come trattati da numerose sentenze di Cassazione, sono allora i seguenti:

Caduta dall’alto in seguito alla perdita di equilibrio del lavoratore e/o all’assenza di adeguate protezioni (collettive o individuali). Nella fase di arresto della caduta infatti le decelerazioni devono essere contenute entro i limiti sopportabili senza danno del corpo umano.

La sospensione inerte che, a seguito di perdita di conoscenza, può indurre la cosiddetta “patologia causata dalla imbracatura”, che consiste in un rapido peggioramento delle funzioni vitali in particolari condizioni fisiche e patologiche. Per ridurre il rischio da sospensione inerte è fondamentale che il lavoratore sia staccato dalla posizione sospesa al più presto.

Quando esiste il rischio di caduta, può accadere che il lavoratore, sottoposto al cosiddetto “effetto pendolo”, possa urtare contro un ostacolo o al suolo.

Lesioni generiche (schiacciamenti, cesoiamenti, colpi, impatti, tagli) causate dall’investimento di masse cadute dall’alto durante il trasporto con gru, argani, ecc.

Gli incidenti più comuni

La casistica giurisprudenziale in tema di incidenti da caduta dall’alto purtroppo ci insegna che questo tipo di lavorazioni sono caratterizzate da un altissimo grado di pericolosità e da un altissimo tasso di mortalità.

Ecco dunque i principali tipi di incidenti, purtroppo oggetto, in Italia, di numerosissimi e continui processi penali.

La morte del lavoratore

Nello svolgimento delle attività lavorative questo tipo di rischio si può manifestare soprattutto se si adottano comportamenti scorretti: dai lavori sulle coperture svolti senza le necessarie protezioni, per passare attraverso l’utilizzo, come deposito, dei solai dei corpi ufficio all’interno di attività produttive sprovvisti dei necessari parapetti, fino a giungere all’utilizzo di attrezzature inadeguate quali sedie, pancali, scatoloni impilati, forche dei muletti per la sostituzione di corpi illuminanti, il posizionamento di controsoffitti, impianti, tinteggiature, ecc.

Schiacciamento, lesioni gravi dovute all’impatto dell’operatore contro ostacoli quali ponteggio, fabbricato,macchinari, ecc. (effetto pendolo)

Questo tipo di rischio si manifesta solitamente in presenza di una cattiva progettazione delle protezioni individuali contro le cadute dall’alto. È infatti necessario, in sede di posizionamento dei punti di ancoraggio, valutare correttamente questo rischio in modo da fornire indicazioni agli operatori sul tipo di dispositivi di protezione individuale da utilizzare. Una corretta progettazione ed una corretta informazione eviteranno ad antennisti, manutentori di coperture e di impianti questo tipo di rischio.

Caduta di materiale dall’alto

Durante i lavori in quota è opportuno che la zona sottostante venga debitamente confinata al fine di evitare che qualche attrezzo o materiale utilizzato durante la lavorazione, cadendo, vada a colpire il personale.

Gli operatori a terra dovranno essere dotati di dispositivi di protezione individuale per la protezione della testa.

Lesioni gravi e/o morte per la prolungata sospensione inerte dell’operatore conseguente ad una caduta

In caso di caduta il sistema di arresto della caduta è concepito per minimizzare gli effetti della gravità sul corpo umano (ridurre la forza di arresto, evitare o rallentare l’urto contro l’ostacolo).

Malgrado ciò, le conseguenze di una caduta sono spesso gravi. La sospensione inerte in una qualsiasi imbracatura può provocare gravi disturbi fisiologici. Questi disturbi non si verificano nel caso di una sospensione prolungata con un soggetto cosciente, in quanto questo modifica da solo continuamente i punti di appoggio nella sua imbracatura.

La circolare del 27 agosto 2010: chiarimenti dal Ministero

Una volta inquadrata la tematica inerente la vigente disciplina regolante le lavorazioni in quota, e dopo aver enunciato le numerose problematiche e la delicatezza dell’argomento, data la numerosissima casistica di incidenti mortali in quest’ambito, passiamo all’analisi della circolare esplicativa del Ministero del lavoro che, a seguito di numerose richieste interpretative, si è finalmente espressa in riferimento a particolari tematiche, considerate molto complesse e delicate.

Sull’adeguatezza del ponteggio all’evoluzione del progresso tecnico: chiarimenti circa la necessità di ottenere rinnovo decennale dell’autorizzazione ex art. 131, comma 5, t.u. 81/ 2008

A tal proposito, il Ministero chiarisce che “la validità decennale delle autorizzazioni ministeriali, rilasciate prima del 15 maggio 2008, data di entrata in vigore del d.lgs. n. 81/2008, decorre dalla medesima data, quindi detta validità si intende estesa fino al 14 maggio 2018. Per quelle autorizzazioni ministeriali rilasciate successivamente al 14 maggio 2008 la validità decorrerà dalla data di rilascio”.

È inoltre specificato che “l’obbligo di richiedere il rinnovo dell’autorizzazione ministeriale di cui all’articolo 131 del d.lgs. n. 81/2008 riguarda il titolare dell’autorizzazione ministeriale e non l’impresa utilizzatrice: pertanto l’impresa utilizzatrice potrà impiegare i ponteggi anche dopo la cessazione della validità decennale dell’autorizzazione medesima. Si evidenzia infine che l’autorizzazione ministeriale si intenderà automaticamente sospesa, nei soli confronti del titolare dell’autorizzazione medesima, in assenza dell’avvenuto rinnovo decennale”.

Sulla necessità di allegare, ad ogni acquisto di nuovi elementi del ponteggio, il libretto di autorizzazione ministeriale

La risposta del Ministero al quesito non può che essere affermativa. Infatti, l’art. 131 del t.u. 81/2008 stabilisce che chiunque intende impiegare ponteggi deve farsi rilasciare dal fabbricante copia dell’autorizzazione ministeriale e delle istruzioni e schemi dello stesso impianto.

Inoltre l’art. 134 impone di esibire, nei cantieri in cui vengono utilizzati ponteggi, a richiesta degli organismi di vigilanza, copia della predetta documentazione e copia del piano di montaggio, uso e smontaggio.

Sulla possibilità di utilizzare i ponteggi, previo specifico progetto, come protezione collettiva per i lavoratori che svolgono la loro attività sulle coperture (e quindi in posizione diversa dall’ultimo impalcato del ponteggio)

A tale quesito il Ministero fornisce parere positivo; a condizione però che “per ogni singola realizzazione e a seguito di adeguata valutazione dei rischi venga eseguito uno specifico progetto”.

Da tale progetto comunque dovrà risultare quanto occorre per definire lo specifico schema di ponteggio nei riguardi dei carichi, delle sollecitazioni e dell’esecuzione, e tenendo conto della presenza di lavoratori che operano, oltre che sul ponteggio, anche in copertura.

Sulla necessità di provvedere al raddoppio dei montanti in presenza di un apparecchio di sollevamento materiali montato su un ponteggio

Il parere del Ministero al riguardo è affermativo. Infatti, a norma dell’allegato XVIII del t.u. 81/2008 “qualora apparecchi di sollevamento vengano fissati direttamente sui montanti delle impalcature, detti montanti devono essere rafforzati e controventati in modo da ottenere una solidità adeguata alle maggiori sollecitazioni a cui sono sottoposti”.

Sulla possibilità che su un ponteggio regolarmente autorizzato e a norma di legge si sostituiscano i fermapiedi prefabbricati con altri fermapiedi autorizzati ma appartenenti ad altra autorizzazione ministeriale

Secondo il Ministero, tale situazione è consentita; previa però verifica della compatibilità dell’elemento prefabbricato con lo schema strutturale.

Sulla necessità che gli elementi di ripartizione dei carichi dei montanti al di sotto delle piastre di base metalliche delle basette di un ponteggio debbano essere obbligatoriamente costituiti da tavole di legno

Il Ministero chiarisce che la normativa non prevede l’obbligatorietà dell’utilizzo di un particolare materiale, purché tali elementi di ripartizione siano di dimensioni e caratteristiche adeguate ai carichi da trasmettere ed alla consistenza dei piani di posa in modo da non superarne la resistenza unitaria.

Sulla possibilità che l’elemento in plastica impiegato per rivestire i giunti dei ponteggi a tubi e giunti possa costituire una soluzione per consentire la viabilità delle persone e dei veicoli, in quanto elemento limitante i rischi dovuti alle sporgenze dei componenti dei giunti

La risposta del Ministero è assolutamente positiva. Oltretutto, viene chiarito che la vigente normativa non prevede alcun tipo di omologazione per tale elemento in plastica.

Sulla possibilità dell’impiego di tubi in acciaio con diametro e spessore nominali (pari a 48.3 mm e 2.9 mm) con riferimento ai ponteggi a montanti e traversi prefabbricati

A tal proposito, il Ministero chiarisce che “L’impiego di tubi in acciaio di diametro e spessore nominali, rispettivamente pari a 48.3 mm e 2.9 mm, per l’utilizzo quali montanti nei ponteggi a montanti e traversi prefabbricati, è consentito con snervamento minimo pari a 235 daN/mm2 in conformità alla Tabella 2 del punto 6.2.2 della norma Uni En 12810-1.

Quanto sopra è in accordo con i punti 4.2.1.2 della norma Uni En 18811-1 e 6.2.2 della norma Uni En 12810-1, dal momento che i tubi dei montanti dei ponteggi a montanti e traversi prefabbricati non possono essere considerati tubi sciolti quali quelli dei ponteggi a tubi e giunti, ma elementi che hanno subito una lavorazione e quindi elementi prefabbricati.

Resta naturalmente l’obbligo di non ridurre i coefficienti di sicurezza fino ad oggi adottati, nonché i carichi fissi e variabili e quant’altro possa intervenire negativamente sulle verifiche di calcolo del ponteggio.

Sulla possibilità di eliminare l’elemento contro lo sganciamento dei montanti se, in accordo alla normativa europea, il tubo interno di collegamento tra i montanti è di almeno 150 mm

Il parere del Ministero è positivo. Infatti nella circolare è specificato che “Anche in accordo con il punto 10.2.3.1 della norma UNI EN 10811-1 si ritiene sia possibile, nell’ambito dell’autorizzazione ministeriale di cui al comma 2 dell’articolo 131 del d.lgs. n. 81/2008 prevedere, in presenza di spinotto, fissato in modo da garantire l’unione solidale e permanente ad un montante, di almeno 150 mm di lunghezza, oltre agli schemi-tipo completi di spina a verme, anche schemi-tipo privi di spina a verme, ma che presentino ancoraggi a tutte le stilate in corrispondenza del primo e dell’ultimo piano di ponteggio, oltre che a tutti i piani della prima e dell’ultima stilata”.

La Valutazione Rischio Chimico, consiste nell’identificazione di tutti gli agenti chimici utilizzati all’interno di un’attività, con successiva valutazione dell’eventuale rischio che possono comportare per la Salute e Sicurezza dei lavoratori.

La Valutazione Rischio Chimico è prevista dal D.Lgs. 81/08, come indicato all’art. 223, ed è obbligatoria per il Datore di Lavoro di un’impresa con presenza ed utilizzo di sostanze e prodotti chimici; la valutazione andrà ad integrare il Documento di Valutazione dei Rischi aziendale.

Il datore di lavoro deve quindi procedere all’identificazione di tutti gli agenti chimici utilizzati e valutare se possono comportare un rischio per la salute e sicurezza dei lavoratori. Contenuti della Valutazione Rischio Chimico

Un primo strumento per l’immediata valutazione dell’eventuale pericolosità di un prodotto chimico è costituito dall’etichettatura, così come ridefinita dal regolamento europeo (REACH e CLP) in vigore dal 1 giugno 2015, che definisce 9 diversi pittogrammi di rischio, ognuno dei quali illustra una tipologia di pericolo associata alle proprietà intrinseche della sostanza.

La valutazione rischio chimico si suddivide in “valutazione di base” e “valutazione approfondita”.

La “valutazione di base” consiste in:

  • studio mirato del ciclo di lavoro ed identificazione degli agenti chimici pericolosi, anche con l’analisi delle schede di sicurezza dei prodotti, delle etichette presenti sui contenitori
  • valutazione degli agenti da considerare, quantità e condizioni d’uso
  • valutazione delle operazioni con rischio di esposizione: frequenza, durata, tipo di esposizione (inalatoria, cutanea)
  • stima quali-quantitativa dell’entità di esposizione
  • documento sui criteri di valutazione adottati

Se dall’analisi valutativa il rischio risulta essere basso per la sicurezza ed irrilevante per la salute, il datore di lavoro può terminare il processo di valutazione senza ulteriori approfondimenti, fermo restando l’obbligo di adottare opportuni provvedimenti di prevenzione e protezione.

In caso contrario si deve procedere ad una “valutazione approfondita” che consiste in:

  • individuazione, programmazione ed attuazione di misure specifiche di prevenzione
  • eventuale misura quantitativa dell’esposizione (presenza di inquinanti chimici aerodispersi), effettuata dopo gli interventi di prevenzione
  • valutazione del rischio residuo e conseguenti decisioni in merito all’adozione di DPI, alla sorveglianza sanitaria ed alle azioni da compiere rispetto alle possibili emergenze
  • documento sui criteri di valutazione adottati

Il D.lgs. 81/08, Testo Unico sulla Sicurezza, regolamenta, in maniera dettagliata, le condizioni in cui il lavoro può essere considerato sicuro, nel momento in cui, i lavoratori sono esposti, per la natura dell’impresa e delle loro mansioni, a rischi di tipo fisico, chimico o biologico.

L’art.180 del decreto definisce gli agenti fisici come:

  • rumori, ultrasuoni e infrasuoni,
  • campi elettromagnetici e radiazioni ottiche,
  • le vibrazioni meccaniche,
  • microclima e atmosfere iperbariche.

La valutazione dei rischi legati agli agenti fisici è regolata dall’art. 181, in concordanza con quanto detto nell’art.28, il quale riconosce la responsabilità, della stima dei rischi e della messa in sicurezza dei luoghi di lavoro, al datore di lavoro, il quale è tenuto a periodiche verifiche al fine di intraprendere le azioni necessarie ad eliminare i rischi riscontrati.

Per agenti chimici, così come riportato nell’art. 223, si devono intendere:

  • qualsiasi composto chimico o elemento chimico,
  • agenti chimici considerati pericolosi (lgs. 52/97 & D.lgs. 65/03),
  • tutte le sostanze chimiche che, anche se non ricadono nella classificazione degli agenti pericolosi, possono danneggiare la salute dei lavoratori.

L’art. 223 stabilisce le regole per una corretta valutazione dei rischi, che comporta un’attenta conoscenza di tutte le sostanze pericolose, presenti negli ambienti di lavoro, e il loro impatto possibile sulla salute dei lavoratori. Sempre il datore di lavoro è obbligato a predisporre tutte i sistemi di protezione personale idonei a evitare che, l’esposizione a questa tipologia di rischi, danneggi la salute dei suoi collaboratori.

Per agenti biologici, così come riportato nell’art. 267, si intendono i microorganismi, naturali o modifica artificialmente, in grado di riprodursi, che possono provocare malattie o danni alla salute delle persone. Il decreto li divide in quattro gruppi:

  • agenti con basso livello di pericolosità,
  • agenti con basso livello di pericolosità per la comunità ma che possono infettare i lavoratori,
  • agenti pericolosi per i lavoratori e che possono propagarsi nella comunità, di cui però sono disponibili cure,
  • agenti molto pericolosi sia per i lavoratori sia per la comunità data l’assenza o la scarsità delle misure sanitarie per combatterli.

La valutazione dei rischi, legati a questi agenti pericolosi per la salute, prevedono che, nel caso in cui ci sia incertezza su dove collocare l’agente biologico in uno dei quattro gruppi, è doveroso inserirlo, sempre, in quello di livello più alto. Fra gli obblighi del datore di lavoro, oltre, come abbiamo visto, alla responsabilità della valutazione della pericolosità all’interno dell’impresa, c’è anche quello di avvertire, con adeguata documentazione, gli organi istituzionali della sua intenzione di usare questi agenti nel corso del proprio lavoro. In particolare, per il gruppo 4, è richiesta speciale autorizzazione del Ministero della Salute.

Gli agenti mutageni e cancerogeni, che possono creare problemi di sicurezza negli ambienti di lavoro, vengono regolamentati dal Testo Unico sulla Sicurezza, il Decreto Legislativo 81/2008, al Titolo IX, Capo II. In questa parte del testo vengono riportate le norme che regolano i luoghi di lavoro in cui gli addetti possono incorrere in rischi generati, appunto da queste due tipologie di agenti estremamente pericolosi per la salute.

Le norme specificano, come prima cosa una nomenclatura standard, che faciliti il riconoscimento di queste sostanze:

  • R45: agenti cancerogeni,
  • R49: agenti cancerogeni per inalazione,
  • R46: agenti mutageni.

Data la grande pericolosità di queste sostanze, la fase di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro è estremamente importante, perché permette di limitare al minimo i livelli di rischio potenziale per gli addetti ai lavori. In particolare, l’art. 223 stabilisce che il datore di lavoro è tenuto a prestare maggiore attenzione, nella valutazione dei rischi relativi a questo tipo di sostanze, proprio per evitare danni ai dipendenti. La valutazione deve prevedere e indicare, specificatamente:

  • la conoscenza delle sostanze e della loro pericolosità,
  • le modalità di manipolazione,
  • le modalità di spostamento e stoccaggio,
  • il numero di addetti che vi entrano in contatto e il loro livello di esposizione.

Tale valutazione dovrà essere svolta, obbligatoriamente, ogni 3 anni, al fine di valutare le condizioni generali di sicurezza. L’art. 235, invece, prevede che, il datore di lavoro si impegni a sostituire, ove possibile, i materiale cancerogeni e mutageni con altri materiali di minore pericolosità, al fine di evitare i rischi derivanti da queste sostanze. Se la sostituzione non è possibile, allora, sempre il datore di lavoro, è tenuto a limitare al massimo l’esposizione dei lavoratori. Data la pericolosità di queste materie di lavorazione, la formazione per la gestione dei materiali cancerogeni e mutageni è di fondamentale importanza perché permette ai lavoratori di conoscere le migliori tecniche lavorative pensate per limitare al massimo sia la loro esposizione sia la percentuale di rischio per la loro salute e la loro sicurezza.

Nei luoghi di lavoro è importante che venga mantenuto un adeguato microclima, in grado di favorire la salute e la sicurezza sul lavoro è uno degli aspetti principali che interessano l’organizzazione e la gestione dei luoghi di lavoro. Nel Decreto Legislativo 81 del 2008, il Testo Unico sulla Sicurezza, stabilisce, al Titolo II, le caratteristiche che ogni luogo di lavoro deve avere per poter essere considerato salubre e adatto allo svolgimento delle mansioni lavorative da parte dei lavoratori dell’impresa. Nello specifico, l’art.63 del Titolo II, che prende come riferimento l’Allegato IV del D.Lgs. 81, stabilisce che il datore di lavoro deve garantire, in nei luoghi di lavoro chiusi, come gli uffici, un adeguato microclima, come, ad esempio, una giusta salubrità dell’aria, la quale dovrà essere ricambiata tramite aperture, sia naturali sia tramite areazione.

Nel caso in cui i luoghi di lavoro non abbiano la possibilità di essere areati in maniera naturale, il datore di lavoro è tenuto a revisionare, ancora più spesso e su base periodica, il sistema di areazione artificiale. Le stesse regole valgono per il sistema di illuminazione che, come quello di areazione, deve garantire le migliori condizioni di lavoro, al fine di ottenere un ambiente sicuro per i lavoratori. L’importanza del microclima nei luoghi di lavoro è data al fatto che i lavoratori vi passano la maggior parte della giornata, perciò, è necessario che sia organizzato e gestito nel migliore dei modi.

La legge stabilisce, nel dettaglio, gli indici di umidità, di freddo e caldo, necessari perché il microclima del luogo di lavoro venga considerato salubre. Ad esempio, il tasso di umidità non può essere superiore o inferiore al valore del 40% e 60%. Nel caso in cui questi parametri non vengano rispettati, i lavoratori possono fare ricorso al RLS della loro impresa per far valere i loro diritti e far ripristinare le migliori condizioni per il microclima dei loro luoghi di lavoro.

rischio-mmcPeso massimo sollevabile nella movimentazione manuale dei carichi

Una domanda spesso posta sui luoghi di lavoro, negli ambienti di logistica, o comunque dove sia necessario movimentare dei carichi: “qual è il massimo peso che posso spostare manualmente per legge, senza incorrere in danni o rischi per la mia salute?”

Non esiste una risposta univoca, ma la risultante di numerosi fattori, che vanno poi a costituire la risposta specifica per una determinata attività all’interno di una determinata azienda.

Il limite massimo

Come prima cosa è possibile certificare per legge alcuni limiti, oltre i quali non è possibile andare. Definendo questi poniamo già un limite massimo, un tetto, alla possibilità di movimentazione manuale dei carichi, indagando successivamente la situazione specifica.

Necessaria una distinzione di genere: secondo l’allegato XXXIII al D.Lgs 81/08 che fa riferimento alla ISO 11228 il limite massimo di pesi occasionali possibili da movimentare è individuato in 25 Kg per i lavoratori, 15 kg per le lavoratrici (e i lavoratori adolescenti maschi, 10 kg per le lavoratrici adolescenti). Il limite appena menzionato è un limite definito in condizioni “ideali”, ovvero quando sia possibile movimentare il carico manualmente senza dover effettuare torsioni del tronco, il carico in oggetto sia posto in posizione stabile e il suo spostamento non comporti un movimento brusco da parte del lavoratore.

Le differenze da tenere in considerazione per il datore di lavoro

Il datore di lavoro è obbligato a tenere in considerazione durante la stesura del DVR (Documento Valutazione dei Rischi) dell’incidenza del rischio da movimentazione manuale dei carichi e, nel farlo, di specificare i limiti a cui possono essere soggetti lavoratori, distinguendoli per età, sesso e specificando valori indicativi in caso di azioni frequenti, occasionali e in presenza di donne in stato interessante. Una corretta Valutazione di questo rischio, in assenza di movimenti eccessivamente ripetitivi, viene svolta attraverso la procedura del calcolo del Lifting Index secondo il Protocollo NIOSH (National Institute of Occupational Safety and Health).

Il legislatore pone anche un limite minimo di peso, considerando trascurabile una movimentazione di un oggetto con peso inferiore ai 3 kg.

Diritti e Doveri

Compito del datore di lavoro è formare e informare adeguatamente i lavoratori, predisponendo l’ambiente lavorativo allo svolgimento ottimale dell’impiego e cercando di prevenire l’insorgenza dei rischi, coadiuvando i dipendenti con appositi macchinari se necessario. Compito del lavoratore, attore protagonista all’interno della salvaguardia della sicurezza sul lavoro, è quello di accertarsi dell’esistenza delle condizioni per svolgere l’attività in sicurezza (ad esempio controllare che il pavimento non presenti deformazioni, eseguendo i movimenti descritti durante la formazione, indossando, se previsto, le adeguate calzature…).

Il videoterminalista è il lavoratore che, per un periodo minimo di 20 ore a settimana, svolge una mansione lavorativa che preveda l’utilizzo di un terminale video o un’attrezzature qualunque che disponga di un video terminale. Con lo sviluppo della tecnologia informatica e grazie alla sua grande diffusione, moltissimi sono stati i lavoratori che hanno iniziato a svolgere mansioni lavorative che prevedevano un uso costante del computer e di altri tipi di videoterminali.

La legislazione in materia di sicurezza sul lavoro ha dovuto, con il tempo, adeguarsi a questa specifica e nuova categoria di lavoratori e lo ha fatto con diverse iniziative legislative, a partire dal 1994 quando, il legislatore italiano, ha recepito una direttiva europea risalente al 1990. Il punto focale, successivamente, è diventata la legge 626, che poi ha portato alla versione attuale, rappresentata dal Decreto legislativo 81 del 2008. Il testo Unico sulla sicurezza, oltre che basarsi sulle precedenti leggi citate ha, inoltre, inglobato il decreto interministeriale dal titolo “Linee guida d’uso dei videoterminali”.

In particolare, il Decreto 81/08 stabilisce che, come per ogni tipologia di lavoratore, l’obbligo di valutare la presenza di rischi ricade sul datore di lavoro, il quale ha deve rendere a norma di legge gli ambienti di lavoro e le condizioni di lavoro in cui il videoterminalista andrà ad operare. Nello specifico, dovrà occuparsi della formazione e dell’informazione del lavoratore, in merito ai rischi relativi alla sua mansione lavorativa, e dovrà, inoltre, assicurarsi che il videoterminalista rispetti la pausa di 15 minuti ogni due ore di lavoro. Il medico competente ha l’obbligo di sottoporre a visita quinquennale tutti i video terminalisti con età inferiore a 50 anni e a visita biennali per gli altri, al fine di stabilire l’idoneità lavorativa del lavoratore.

Oltre agli obblighi legislativi, è importante, per il videoterminalista, rispettare alcune regole di comportamento che, sicuramente possono aiutarlo a rendere la sua vita lavorativa più salutare, come posizionarsi correttamente sulla sedia, posizionare il monitor all’altezza degli occhi, rilassare i polsi e riposare gli occhi ogni due ore, almeno per 15 minuti.

L’essere in gravidanza per le donne ha, purtroppo nel tempo, coinciso con condizioni di discriminazione sul posto di lavoro. Oltre ciò, la condizione di attesa, costituisce un fattore di potenziale rischio per la salute della donna sul posto di lavoro.

Molte sono state le norme che hanno, gradualmente, limitato gli elementi di rischio, come, per esempio il D.lgs. 151/2001, fino ad arrivare all’attuale D.lgs. 81/08 che, all’art. 28 ha stabilito che il datore di lavoro ha il compito di valutare il rischio, della sua impresa, per quanto riguarda le donne in stato di gravidanza. Di ulteriore importanza e per una maggiore completezza, è stato prodotto, dal Servizio Prevenzione Igiene Sicurezza Ambienti Lavoro, il SPISAL, un documento, chiamato Tutela delle Lavoratrici Gravide, Adempimenti art 28 D.lg. 81/’08 , il quale contiene le indicazioni operative utili al datore di lavoro, ai medici competenti e ai Responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione per la valutazione dei rischi e l’identificazione delle misure per evitarli.

Il compito di prevenzione è focalizzato ad evitare che le donne in gravidanza ricevano danni dalle condizioni degli ambienti di lavoro, in particolare è necessario, in accordo con la legge, osservare regole e standard estremamente prudenti, con livelli di rischio anche superiori rispetto a quelli comunemente utilizzati per gli altri lavoratori.

Nella realizzazione del Documento di Valutazione dei rischi (DVR), i soggetti indicati come responsabili della sua redazione hanno il compito di tenere presenti le donne in stato di gravidanza, facendo attenzione in particolare:

  • Tipologia delle mansioni,
  • Esposizione a qualsiasi tipo di agenti pericolosi, come agenti fisici, chimici o batteriologici,
  • Mansioni che richiedono la salita o la discesa in condizioni di pericolo,
  • Livello stress lavoro correlato.

Una volta identificate le mansioni che risultano poco consigliate o, addirittura, non idonee a donne in stato di gravidanza, il documento deve contenere le nuove mansioni, che verranno affidate alle dipendenti nel periodo di attesa del bambino.

Infine, cosa fondamentale, il documento dovrà essere presentato a tutte le donne e reso facilmente comprensibile e leggibile così da renderle consapevoli dei rischi e delle misure utili per evitarli.

Gli spazi confinati sono fra quelli che presentano un alto rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori, rischio spesso mortale. Per tale ragione sono precise e severe le norme che regolano la permanenza negli spazi confinati dei lavoratori, nonché i controlli e i requisiti che questi ambienti devono possedere.

Con il termine spazio confinato si intende un ambiente limitato, dove il pericolo di infortunio o morte è molto alto a causa della presenza di sostanze o condizioni che generano il pericolo, come la mancanza di ossigeno o la scarsità di passaggi verso l’esterno. Fra questi si annoverano: serbatoi; silos; recipienti adibiti a reattori; sistemi di drenaggio chiusi; reti fognarie. Non è possibile stabilire un elenco esaustivo di ambienti confinati, poiché alcuni luoghi di lavoro, pur non essendolo in assoluto, potrebbero rivelarsi tali per alcune mansioni.

Rischi negli spazi confinati

Come anticipato sono molteplici i rischi a cui sono sottoposti i lavoratori che operano in spazi confinati, fra i principali:

  • Mancanza di ossigeno
  • Presenza di gas, fumi, o vapori tossici,
  • Presenza do sostanze liquide e solide che possono rilasciare gas,
  • sostanze che possono solidificare e formare degli accumuli all’interno degli spazi, causando ostruzioni,
  • Rischio di incendi ed esplosioni,
  • Presenza di residui all’interno di cisterne, serbatoi o depositi su superfici interne, che possono emettere gas, fumi o vapori,
  • Elevate concentrazioni di polveri,
  • Temperature elevate.

Obblighi di sicurezza sul lavoro negli spazi confinati

Il datore di lavoro è tenuto a effettuare un’attenta valutazione dei rischi legati alle attività che dovranno essere svolte in ambienti confinati, individuando tutte le misure necessarie per la prevenzione e la riduzione degli stessi. Per valutare e gestire adeguatamente i rischi e per assicurare l’incolumità dei lavoratori sarebbe consigliabile consultare un esperto di sicurezza sul lavoro che si occupi di valutare l’entità dei rischi e individuare misure precauzionali adeguate, anche con lo scopo di preparare i lavoratori ad affrontare eventuali emergenze e situazioni di pericolo.

In generale, qualora il rischio sia elevato il datore di lavoro è tenuto a:

  • Limitare il più possibile l’accesso a tali spazi confinati, per farlo si consiglia di modificare, dove possibile, lo spazio confinato e cercare soluzioni adeguate affinché le operazioni possano essere svolte dall’esterno.
  • Prevedere soluzioni di emergenza adeguate,
  • Predisporre adeguate misure di sicurezza quando occorrerà accedere agli spazi. Sarà compito dello stesso datore e degli addetti alla prevenzione e protezione assicurarsi che le procedure individuate vengano rispettate alla lettera, a tale scopo chiunque svolga attività lavorative in ambienti confinati dovrà ricevere una formazione specifica sui rischi e le misure di sicurezza da seguire.

Il datore di lavoro deve fornire DPI adeguati alle lavorazioni in ambienti confinati:

  • maschere con filtro o respiratori isolanti;
  • elmetto per la protezione della testa da caduta di materiale dall’alto o dall’urto con oggetti;
  • imbragatura di sicurezza;
  • guanti di protezione;
  • protezione degli occhi se si è esposti a sostanze pericolose, proiezione di schegge, ecc.,
  • calzature di sicurezza;
  • indumenti di protezione

Va inteso, con il termine zone pericolose, tutte quelle aree dell’impresa in cui, per motivi diversi tra loro, è possibile rilevare un alto livello di pericolosità per la salute e la sicurezza dei lavoratori, a causa di sostanze presenti o della tipologia di mansione svolta.

Le aree pericolose, quindi, hanno una natura molto varia e dipendono, in larga parte, dalla tipologie di impresa che si prende a riferimento e dalle mansioni in esame, all’interno dei vari ambienti di lavoro.

Dal punto di vista legislativo, è possibile ritrovare numerose norme che si occupano, esplicitamente, di ambienti pericolosi ma, i principali riferimenti presenti in Italia, possono essere considerati il Testo Unico sulla sicurezza, decreto 81/08 e le direttive Atex; quest’ultimo, in riferimento particolare alle atmosfere esplosive, stabilisce i requisiti di sicurezza e di salute, EHSR.

In generale, queste direttive, stabiliscono, per ogni comparto aziendale, le varie zone pericolose, tra cui alcuni esempi sono:

  • settore agroalimentare: zone in cui si svolgono trasporti o sollevamenti di oggetti pesanti, zone in cui avviene lo stoccaggio in silos di materiale alimentare che può produrre sostanze esplosive o volatili, aree di produzione con macchinari meccanici;
  • settore metalmeccanico: presenza di polveri nell’aria, settori in cui ci sono materiali pesanti in movimento e ad altissima temperatura;
  • settore automotive e veicoli per lo spostamento: presenza di polveri sottili effetto della lavorazione di materiali metallici, presenza di fumi derivati dai combustibili per i serbatoi, presenza di polveri o fluidi di natura colorante, macchinari meccanici di sollevamento di oggetti metallici;
  • settore chimico:zone con alta concentrazione di sostanze velenose, pericolose per la salute, esplosive, zone di stoccaggio materiali chimici, zone relativa alle scorie di lavorazione;
  • settore esplosivi, stoccaggio scorie: le aree che contengono materiali esplosivi, volatili, dannosi per la salute, aree di lavorazione e di miscelazione di sostanze potenzialmente esplosive;
  • settore cartario: aree in cui si usano solventi o sostanze chimiche per la produzione di carta, zone di sollevamento o stoccaggio dei materiali.

In generale è possibile stabilire che, la pericolosità delle aree deriva, principalmente, da fattori come rischi esplosivi, rischi di contaminazione chimica, fisica, batteriologica, rischio di incidenti nell’utilizzo di macchinari, rischi di incendio, rischi di natura elettrica e magnetica. Dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, così come ribadito dal decreto 81/08, è sempre il datore di lavoro il responsabile delle pratiche di messa in sicurezza degli ambienti in cui sono presenti i lavoratori.

In base all’art.28 D.lgs. 81/08, anche le aree pericolose devono ricadere nel processo di analisi dei rischi che il datore di lavoro compie prima dell’inizio dell’attività; soprattutto per queste zone è importante che, nel documento di valutazione dei rischi, siano presenti le modalità di protezione individuale e di sicurezza degli ambienti, necessarie allo svolgimento di una serena attività lavorativa.

Aggiornamento Valutazione del Rischio Fulminazione

(Protezione Scariche Atmosferiche)

È stata pubblicata nel febbraio 2013 la nuova serie di Norme CEI EN 62305-1/4 (classificazione CEI 81-10/1-4) relativa alla protezione delle strutture contro i fulmini.

La serie si compone di quattro Parti aventi ciascuna uno specifico campo di applicazione e sostituisce completamente la serie Norme CEI EN 62305:2006-04.

I principali cambiamenti riguardano l’analisi del rischio ed la scelta ed installazione degli SPD e più precisamente contenuti nelle:

CEI EN 62305-1 “Principi generali”: Indica i principi generali che sono alla base della protezione contro il fulmine di strutture, impianti e persone;

CEI EN 62305-2 “Valutazione del rischio”: Si riferisce alla valutazione del rischio dovuto a fulmini a terra, ed ha lo scopo di fornire la procedura per la determinazione di detto rischio;

CEI EN 62305-3 “Danno materiale alle strutture e pericolo per le persone”: Definisce i requisiti per la protezione contro i fulmini contro i danni materiali e alle persone mediante un impianto di protezione;

CEI EN 62305-4 “Impianti elettrici ed elettronici nelle strutture”: Fornisce elementi sul progetto, l’installazione, la manutenzione e la verifica delle misure di protezione (SPM) per gli impianti interni elettrici ed elettronici per ridurre il rischio di danni permanenti dovuti all’impulso elettromagnetico (LEMP) associato al fulmine.

Contemporaneamente alle Norme della serie CEI EN 62305 è stata pubblicata la Guida Tecnica CEI 81-2 “Guida per la verifica delle misure di protezione contro i fulmini”.

Le serie di Norme 62305 sostituisce completamente la vecchia 81-10, che rimane applicabile “in parallelo” fino al primo dicembre 2013.

Le nuove Norme CEI 62305 non sono la semplice traduzione in italiano di norme europee, non stravolgono l’approccio tradizionale per la valutazione del rischio, ma aggiustano puntualmente alcuni aspetti, modificando alcune formule e allineando le formule dei vari stati europei.

L’aggiornamento di questa norma comporta un obbligo di adeguamento per quanto riguarda i Datori di Lavoro, i quali in base al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08 e s.m.i.), all’art.29 comma 3, così recita: “La valutazione dei rischi deve essere immediatamente rielaborata, nel rispetto delle modalità di cui ai commi 1 e 2, in occasione di modifiche al processo produttivo o della organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità. A seguito di tale elaborazione le misure di prevenzione debbono essere aggiornate."

Per gli edifici civili (privi di luoghi di lavoro) non c’è un obbligo specifico ma sussiste sempre e comunque l’obbligo giuridico di agire con perizia, prudenza e diligenza, altrimenti si configura la colpa a seguito di danno a cose o persone.

A seguito di tale rielaborazione, le misure di prevenzione devono essere aggiornate. Nell’ipotesi di cui il documento di valutazione dei rischi debba essere rielaborato, dovrà essere rispettato il termine di 30 giorni dalle rispettive causali” Il destinatario dell’obbligo sopra citato è il datore di lavoro che può andare incontro a sanzioni che vanno dai 2.000,00 a 4.000,00 € come riporta l’art, 55, comma 3 del D.Lgs. 81/08 e s.m.i..

Bisogna ricordare inoltre che tale documentazione deve essere allegata nel documento di valutazione dei rischi e di conseguenza è un documento che deve essere sempre aggiornato in quanto soggetto a controlli.

E’ consigliabile quindi aggiornare il prima possibile le Relazioni Tecniche riguardanti le Scariche Atmosferiche, in modo tale dal non incorrere in possibili sanzioni.

DVR SISMICO - OBBLIGO DELLA VALUTAZIONE DEL RISCHIO SISIMICO NEI LUOGHI DI LAVORO

Ai sensi del DLGS 81/2008Gli edifici che ospitano i luoghi di lavoro o qualunque altra opera e struttura presente nel luogo di lavoro devono essere stabili e possedere una solidità che corrisponda al loro tipo d’impiego ed alle caratteristiche ambientali

Con la nuova mappatura sismica del territorio italiano alcune zone sono state riclassificate sismiche di conseguenza è facilmente prevedibile che le strutture preesistenti non abbiano sufficienti risorse di resistenza; in particolare sono da considerarsi ad alta vulnerabilità gli edifici prefabbricati; in tali casi è obbligo del datore di Lavoro integrare il Documento di Valutazione dei Rischi considerando anche il rischio sismico (DVR SISMICO) individuando gli interventi atti a garantire l'incolumità dei lavoratori mediante la VALUTAZIONE DELLA SICUREZZA (link alla faq) dell’immobile.

Il ministero Del Lavoro con comunicato del 12.6.2012 ha precisato che il mancato rispetto dei requisiti di stabilità e e solidità dei luoghi di lavoro saranno penalmente sanzionati.

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